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Utente: tersite31
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Uno così all'antica, ma così all'antica che dice "pausa caffè" piuttosto che dire "coffee break", un volgarissimo "alla cazzo" al posto di "random" e scrive ancora "che" con "ch" al posto della "K"
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mercoledì, febbraio 25, 2009

Profana tragedia /Canto7

Dell’ingresso nel palazzo e delle sue gerarchie. Di ciò che non si può sapere. Di quelli che non contano nulla, del terribile avvoltoio e di ciò ciò che accade nel palazzo al cambio di governo.

 

Un vento forte spalancò le porte

e ci sospinse dentro nel Palazzo

in cui entrar sol lice all'uomo forte.

 

“Quivi dimora chi più sta in sollazzo

nel  tempo suo di quanto inver non stia

a riverir alcun come pupazzo ,

 

che più di lui sia in alto in gerarchia.

Perchè se pur appare assai influente,

tanta di questa allegra fetenzia

 

comunque ha da servir un più potente

come al Signor è solito il vassallo”.

Così Saverio  fecemi sapiente.

 

“Sommo maestro con la mente in stallo

i' mi ritrovo dopo del tuo dire.

Dimmi acciocchè i' non rimanga in fallo:

 

se chi sta qui ha pur da riverire

un che più in alto sta di lui nel seggio,

V’è mai qualcun  che può in grado salire?

 

Oppur, c'è un di cui tutti son peggio?

Un che non abbia mai da chieder scusa

e che giammai sia oggetto di dileggio?”.

 

E lui a me “Non far come chi abusa

nelle domande e per malo vizio

d'utilizzar la mente sua ricusa.

 

Del nostro viaggio questo è sol l'inizio

risposte avrai circa il palazzo ameno,

vera cagion d'italico supplizio,

 

non certo qui che siamo al pian terreno,

ma in luogo in cui l'entrar non è concesso

ad alcun giudice ed a me nemmeno.

 

Perciò trarrotti sol fin all'ingresso

Del piano alto in cui viene  deciso

chi ha da gioir, chi dev' esser oppresso

 

chi sotto un ponte a Londra viene ucciso

chi salta in treno, in piazza o, con più stile,

a chi un caffè spegner deve il sorriso.

 

Altri ti mostrerà la razza vile

di cui “Io so” scrisse un intellettuale

che smise di saper su un arenile”.

 

“Tu che con il celar sì grande male

come chi tanto sa ma poco dice,

disturbo crei nell'area duodenale,

 

Almeno dimmi chi sarà Beatrice

che temo, se si tien la proporzione,

che più che angelica sia meretrice”.

 

Ei non rispose alla provocazione

Ma con lo sguardo assai commiserante

Guardommi come guardasi un coglione.

 

Andando i’non saprei ridire quante

porte trovai nel lungo corridoio,

ma dopo mille ancor ne contai tante

 

sì che al pensiero ancora io m’annoio.

Ognuna i nomi avea di funzionari,

marchiati sopra grezze targhe in cuoio,

 

di assessori e di parlamentari

di maggioranza e più d’opposizione

di manager d’azienda o d’enti vari

 

di faccendieri attenti a un’occasione.

“Oh Duca mio” diss’io senz’imbarazzo

È forse in me fallace convinzione

 

Oppur chi è qui non conta più d’un cazzo?”

“Il tuo parlar i’ lo somiglio ai ragli”,

il grezzo mio parlar lo fè paonazzo,

 

“ma nel farneticar  qui non ti sbagli!

Quivi stan quei  portati dall’invidia

di quelli fuori  e dai loro abbagli.

 

Qui non s’ha da temer alcuna insidia

e nulla c’è che ti serva vedere;

ben altri sono i luoghi in cui perfidia

 

alberga e s’ammoglia col potere”.

Poi tacque e camminò sì lesto e fiero

Che a stento il passo suo riuscii a tenere,

 

finchè d’un tratto un avvoltoio nero

m’accolse orrendo ed io d’esser capace

di proseguire dubitai davvero.

 

Provò a calmarmi  il Duca “Il rapace

per cui tanto forte timor t’assale

marmoreo è  ed all’ingresso giace

 

dell’imponente androne con le scale

che recan là fin dove sta chi abusa

del poter suo e sa come far male”.

 

E mentre per fuggir cercavo scusa

anticipommi, sommo il suo disgusto,

inviso  in viso e in voce sua delusa,

 

sì che m’astenni , quando un gran trambusto

fece tremare  ogni cosa all’interno,

perfin dell’animal il tetro busto.

 

Il pio Saverio con fare paterno

Spiegommi la normale oscillazione

che avviene ad ogni cambio di governo.

 

A stento sol trattenni  l’emozione; 

e  come quei che nuova cosa vede

e per capir vuol delucidazione,

 

m’accinsi  quindi  a far come chi chiede,

ma già il Maestro intese la domanda

“Or tu vedrai cader chi il posto cede

 

poi che l’urna ha deciso chi comanda.

La Nera forza che guida il palazzo

or gli sconfitti in palude manda

 

e son già pronti a entrar per il rimpiazzo

 i servi della vincitrice fede;

ma  sol nei piani bassi è lo schiamazzo

 

chè in alto v’ è chi mai la crisi lede;

ci son due che son lì ancor da Benito

e spesso al padre il figlio là succede.

 

 

E svenni, più sdegnato che stupito.

postato da: tersite31 alle ore 20:50 | Link | commenti
categoria:profana tragedia
martedì, settembre 11, 2007
La Profana tragedia/6

Canto 6

Di come mi accorsi d'esser giunto al Canto Politico, di come fustigai anch'io i mali della mia città, di come fui severamente ripreso dal maestro e dello stratagemma per evitare le sue critiche.

Nello sbarcar, sì concentrato e lesto
per non finir nella sozza palude
fui da scordar d'esser nel canto sesto.

Il duca mio fece come chi elude
ma il suo non dir fu solo per coscienza
che ad emular, il rimembrar prelude.

“Maestro mio, di quale inadempienza
i' sarei reo se, colto dall'oblio,
non inveissi con recrudescenza

contro li mali del paese mio
come già il Sommo fece presso Ciacco
nel regno in cui nomar non si può Dio?.”

E nell'udir quell'incipit bislacco
del duca il viso assai si fece mogio
ma sopportò mentr'io vuotava il sacco.

“O triste landa un tempo già d'Ambrogio
che solo a corte ormai rechi Letizia
ascolta questo mio commosso 'elogio'.

Lontani sono i tempi in cui giustizia
parea dettare ambrosiana legge;
regna oggidì cattolica milizia,

che d'affaristi ha un novello gregge.
San Raffaele è il nuovo protettore,
che sceglie chi s'oppone e chi s'elegge

chi deve far funzione di pastore;
e pure il Celto un dì 'sì tanto acceso
si genuflette allo speculatore.

Sacro spirto del grande Belloveso
che onorasti qui una scrofa bianca
tosto ritorna in questo tempio offeso

in cui persino la memoria arranca
e oblio minaccia l'antico decoro
dei giorni in cui Virtù non ancor stanca

portò in città ben due medaglie d'oro;
la prima per aver gli Austri cacciato
l'altra per quelli neri frati loro.

O sacro spirto, torna qui invocato
per iniziar a fustigar col brando
chi la padana landa ha deturpato.

E non è solo chi, a lungo al comando,
par esser di Milano il padrone
perchè il livor non scema osservando

quei che da noi son all'opposizione
che annusavan profumo di vittoria
e s'eran già spartiti le poltrone.

Si vedeva il diessin pieno di boria
dietro a Ferrante a Palazzo Marino
invece poi fu tutta un'altra storia

e, francamente, restò come un cretino
ad accusar palazzo Isimbardi
nel tempo in cui contava ancor Fassino.

O sacro spirto, fulmina coi dardi
gli spandi merda di corso Sempione
e non aver, ti prego, dei riguardi

per Brera e per montenapoleone,
per i baroni nei salotti buoni,
per il rampante e per il maneggione”.

“Più non fiatar! Che son? Tutti coglioni?”
m'interruppe severo il mio Maestro
“dar dei giudizi, trarre conclusioni

è presuntuoso e a dir poco maldestro”.
Quel saggio dir, punse come uno spillo
il superego che m'annebbiava l'estro.

“Saverio mio, perdona questo strillo
ma insano virus credo m'abbia colto
che sia la triste Sindrome del Grillo?”

Ormai placato così diss'io sconvolto
temendo d'esser da quel male affetto
che prende chi se stesso stima molto

e sol nell'altro riscontra un difetto.
Pria che Borrelli altro potesse dire
scelsi, da vile, una mossa a effetto

e per tacerlo, finsi di svenire.

postato da: tersite31 alle ore 11:57 | Link | commenti (9)
categoria:profana tragedia
venerdì, febbraio 23, 2007
La Profana tragedia/5

Canto 5

Di come alcuni riuscirono a tornare nel palazzo dalla palude, delle genti che vidi, di quello che non riconobbi, dell'improvvisa burrasca.

Con il legno giungemmo in mezzo al guano
incuranti di quello scempio immane
di quelli che tendevano la mano

per tornar tra genti linde e sane
e dalla prua finivano falciati.
E Minoli "son le speranze vane”

minaccioso a quei lerci disgraziati
ripeteva battendoli col remo
“per di qui voi siete già passati”.

Al ricordo ancor oggi io tremo
ma il mio sguardo non fu di chi atterrisce,
anzi fu più quello di uno scemo

che al momento l'altrui dir non capisce
come quello d'americo Cespuglio
se a domanda lo staff non suggerisce.

“Maestro mio, dipana l'ingarbuglio
che il non capir più che il puzzo è tortura
come si possa uscir dal lordo intruglio”.

“Non per di qui!” gridò con voce dura
come quella di quando giudicava
che pur Minoli n'ebbe ancor paura.

“Per questa via per cui ognuno sbava,
solo una volta l'aspirante accede
ma quando ormai non conta più una fava

per altri lidi eventualmente riede
chi vuol tornar in villa a far bisbocce
soltanto se chi puote lo concede.

“La strada” disse indicandomi due rocce
“è per di là” se alcun getta una corda,
“passar si deve per le grandi docce

per ripulirsi la sagoma ormai lorda,
ma oggidì accade raramente.
Ricordo che salì l'ultima orda

con Forza Italia quando presidente
fu fatto il nano d'italo consiglio
e quasi quasi gli prese un'accidente

Quando s'accorse ch'eran Gnutti e Miglio
con Pagliarini e Speroni gli strateghi.
Alfin pensò, 'Qualcun da qui lo piglio'. 

E da un balcon gridò 'vecchi colleghi
che nel loggion con me foste e con Licio
avrei da offrirvi dei novelli impieghi

venite su, “adelante con Juicio”
che in breve tempo I' vi renderò nuovi
con le Tivù ed altro mio artificio'.

Tanti saliron, che ora su li trovi
ma ora volgi gli occhi a queste feci
e dimmi se dei volti noti scovi”

Saverio, dissi, “a me noti son dieci”
(andai a spanne, un po' come fa Dante)
“tra quei che qui non lesinano preci”.

Il primo fu l'intellettuale infante
che il primo Ulivo elesse come faro
per veder chiaro nel millennio entrante.

Poco più in là mi sembrò veder chiaro
chi si nomò nostrano gorbaciovo
ma come il russo masticò l'amaro,

e sotto i baffi il partito nuovo
più abil baffo gli sfilò repente
che ancor livor lo riempie come un uovo.

“Tu che vai la dove ristà il potente”
mi disse un tal “il nome mio menziona
chè si desti il ricordo in quella gente.”

“Oh! Viso lordo” dissi a lui “perdona,
I' con piacer ti nomerei in quei regni
se sapessi chi sia la tua persona.”

E lui “l'oblio ha colto il nome Segni?
E io “Giammai un capo dello Stato
potrà finir scordato o tra gli indegni”.

A queste mie, rispose disperato
“D'Antonio il figlio son, io sono Mario
il nome mio ha un Patto sfortunato

con Achille poi fui referendario
ma ossessionato dal proporzionale
pur di sentirmi un po' maggioritario 

I' fui perfin alleato nazionale
ed in Europa con l'elefantino
provai ad andar e invece finì male”.


Vidi il maestro mio fare un inchino
e disse “andiamo” come chi si sbriga
e poi a me si fece più vicino.

E sottovoce “andiam, che porta sfiga
e si potrebbe scatenar l'inferno!”
ma pria che di partir fu nostra briga

come burrasca coglie il mar d'inverno
fummo da lerce ed alte onde sbattuti
Minoli urlò “Una crisi di governo!!!

Le onde le fanno quei che son caduti
nella palude dai seggi del palazzo
ed ora qui accrescono i rifiuti”.

Così parlò e lesto più d'un razzo
fece rotta per l'agognata riva
e infin lasciammo quel fetido guazzo.

postato da: tersite31 alle ore 16:26 | Link | commenti
categoria:profana tragedia
sabato, febbraio 10, 2007

 La Profana tragedia/4

Canto 4

Del fossato attorno alla villa e dell'inquietante odore che emanava. Dei dubbi miei sul proseguire il viaggio e delle sagge parole di Saverio che mi convinsero a proseguire. Dell'incontro con il traghettatore e di come, dopo un primo rifiuto, si commosse per le mie parole e mi fece salire sulla nave.

 

Appropinquaimi tosto al mio maestro
che procedeva a passo rilassato.
“Padre” diss’io “mi metto al fianco destro”,

ma l'ironia non penso abbia apprezzato.
Tacendo lo seguii per un vialetto
finchè giungemmo al bordo d'un fossato.

Lettor, perdona, non sarà un diletto
per te ascoltar l'odor ch'io vi trovai
sì forte che io fui da Lui sorretto,

poichè d'andar svenuto io rischiai
in quella melma sozza e nauseante
che il puzzo d'un milion di letamai

assieme non mi sembra esser bastante
per dar l'idea di quel che si respira
vicino a quella sozza acqua stagnante.

“Questa palude che ‘l gran puzzo spira”
diss'io “d'attraversare pur mi esimo
e faccio come quel che si ritira”.

Alchè Borrelli irato disse “il Limo,
d'attraversarlo è Giove che lo esige
secondo tu sarai, io invece primo;

la somma decision non si transige,
giustizia muove il mio alto Fattore
come già mosse i due giù nella Stige”.

“Saverio mio, seguirti è un grande onore”
risposi, i sensi miei dal suo dir vinti
“ma dì al Fattor che qui serve un trattore

per non uscir da lì di merda tinti
come quei tal che mi par di vedere
sguazzar insiem l'un dall'altro sospinti.

Piuttosto, dimmi, se posso sapere
chi sono quei nella palude immersi!”.
“Un dì furon nei luoghi del potere”


disse Saverio, “Indi Numi avversi
li vollero cacciati dal palazzo
come dai Greci a Salamina i Persi.

Dalle finestre fin dentro lo sguazzo
furon gittati dai nuovi potenti
e cercan di tornar a quel sollazzo,

lottando con le unghie e con i denti,
di conquistar cercando l’altra riva
tirando calci, sputi e gran fendenti.

Ma, spesso, il momento loro arriva
Soltanto se un decesso o la giustizia
a qualche d’un il posto in villa priva.

Più spesso accade, orribile sevizia,
che dal palazzo delle genti grame
qualcuno getti qualche laterizia

giù nel fossato o il fetido letame
che assai copioso gli intestini sazi
Producon coi banchetti del reame”.

Io quasi piansi pensando agli strazi
di quei che un dì eran lì a toccare il cielo
ed or solo nel lezzo trovan spazi,

quando vidi arrivar dallo sfacelo,
su un legno che era dura chiamar nave,
un vecchio stanco per antico zelo

verso chi non finì mai sottochiave
prendendo il mar inverso al clandestino
e Afriche minacce in tono grave

scagliava dal soggiorno tunisino.
“O tu che un tempo celebravi gloria
all'amico e politico Bettino

e adesso sulla RAI curi la storia
con grande competenza e con passione
per mantenere viva la memoria,

portaci a trovar queste persone
scordate ormai dalla grande ribalta
che han solo te come consolazione

e per il resto vivon nella palta”.
Stupimmi la reazion del giornalista
che disse “sali tu, ma quello salta

poiché mai salirà qui un comunista!”.
“Abbi pietà di me e dei miei mali
che oggi manco son più socialista

sotto il PCI sol ebbi i miei natali,
poi cadde il muro e in meno di vent’anni
or mi ritrovo in braccio ai cardinali”.

Intesi ch’egli intese quanti affanni
patisca chi sbiadirsi vede il rosso
come accade a mal candeggiati panni.

E lui dalle parole mie commosso,
lucidi gli occhi come il rossonero
da turca pugna in sei minuti scosso,

rispuosemi “Tu forse dici il vero
ognuno ha una cagion per il suo pianto;
ordunque sali se vorrai il mistero

conoscere di chi è nel lezzo affranto.
Un sol consiglio se a salute tieni,
essendo ormai alla fin del quarto canto,

convien che questa volta tu non svieni
poichè lo sbilanciarsi della barca
potrebbe far noi tre di melma pieni.

postato da: tersite31 alle ore 13:08 | Link | commenti (7)
categoria:attualita, intolleranza, profana tragedia
giovedì, gennaio 04, 2007

La Profana tragedia/3

Canto 3

Dell'invocazione al poeta antico come nelle opere serie si usa fare, dell'ingresso nella villa e dei loschi figuri incontrati nel giardino. Della delucidazione del giudice mio e di come svenni nuovamente.

Nel passar davanti a quella gente
che da anni pareva che li stesse,
un disagio mi colse sì cocente

come quello che ha un laico nei Diesse
nell’udire il sabaudo Serafino
parlar come quei tal che dicon messe.

Ma presto accadde che fummo vicino,
e alfin, giungendo in fronte al gran portone,
inchinommi invocando l’Aretino

chè non ebbi sì tanta presunzione
da richieder sostegno in Elicona
come è solito fare chi compone

e agli antichi cantor si paragona.
Per narrar ciò che avviene nel palazzo,
ritenni fosse cosa saggia e buona

pregar il Sacerdote del sollazzo
che, geniale, mostrò come si possa
far poesia colla Potta e con il cazzo.

“Oh Tosco” urlai “ascolta la commossa
prece di chi  sol te ha come vate
e segua la tua rima ogni mia mossa

che ho d’andar tra quelle genti ingrate
che oltre la porta stan dove c’è scritto
“lasciate ogni pudore voi ch’entrate”.

Quando m’alzai vidi Saverio afflitto
mi disse “Andiam”, con sguardo intenso e truce
“che idea non hai di quanto sia il tragitto”.

Io lo seguii come Claretta il Duce
entrare là dove ristà chi vale
e tosto fui travolto da una luce

e da un odor da dir pestilenziale
“Saverio mio, che di saggezza adorno
appari più d'ogni altro esser mortale

di tanto lume che quasi par giorno
rendimi dotto e di tanto fetore
che vien da pensar 'io indietro torno’”.

“La luce giunge da un gran riflettore
che reca gioia a chi nomiam potenti;
inver le nari di merda l'odore


senton di quei di sé pieni e contenti
che dicon dal signore essere unti
e una paresi li fa sorridenti”.

Mentr'ei dittava io pigliava appunti
così solerte che persin scordai
che fummo ormai entro la villa giunti.

Ed ivi un bel  giardin I’ vi trovai
con ruscelletti, piante e tanti fiori
che tutti assieme non vidi giammai.

Pareva luogo di ninfe e pastori
tant'è che io gridai “Aminta, Aminta!”
ma, Orrore, anzi, orrore degli orrori

avanti a me parossi chioma tinta
di quel salernitano conduttore
che di andar a Bruxelles fece sol finta.

E dietro riconobbi il direttore
che è noto a tutti ubbidiente e prono
amare di sincero e grande amore

il picciol nano mago del condono,
mentre in un angolino un piduista
che dentro il suo salotto pare buono

ridendo sotto i baffi una lista
teneva degli amici degli amici
che da un secondo ingresso non in vista

entrar facea nel regno dei felici;
E possa perdonarmi il sommo Orfeo,
perdonino le muse ispiratrici

se uso un verso per citare il neo
che vidi del romano giornalismo,
che porta a porta come un cicisbeo

fa professione ogn’or di servilismo.
A guardar bene era quella gente
tutta la Crème del nostro giornalismo.

Stupito feci sguardo intelligente
e acuto, tal da sembrar come quelli
che fa chi finge e non capisce niente

come è, per dire, quello di Castelli
quando qualcuno parla di giustizia.
Ma giunse in mio soccorso il pio Borrelli


ogni cosa illustrando con dovizia.
Disse “Luce farò nei tuoi pensieri
chè piace a Giove e a me reca letizia

narrar della livrea da camerieri
che indossan quei da te riconosciuti
che dei potenti son cerimonieri

Come dei servi riveriscon muti
e ad essi vini portano e pietanze,
per poter rovistar poi tra i rifiuti

di ciò che si consuma in quelle stanze,
avendo in cambio, nobil privilegio,
di prender parte alle vili mattanze

dei pochi che il potere hanno in spregio
e, se non parlan e non fan domande,
di giornalisti avere nome e fregio.

Lasciam dunque questi portavivande
che ancora ingarbugliata è la matassa;
peggio che ignavi son, quindi domande

non far a loro ma sol guarda e passa”.
Udendo quella dotta conclusione
espressa già dal Vate della ‘Bassa’

“Maestro, del Maestro citazione
infin io dissi “ho riconosciuto”
e per non far figura da coglione

pensando ad un segnale convenuto
pensai a rifar ciò che ben sa far Dante
fingendo ancora d’essere svenuto.

“Alza le chiappe” urlommi, “lestofante
che a recitar sei peggio della Braschi”
Aprii gli occhi e lo vidi già distante.

postato da: tersite31 alle ore 21:46 | Link | commenti (12)
categoria:attualita, intolleranza, immoralismi, scostume, profana tragedia
martedì, dicembre 19, 2006

La Profana tragedia/2

Canto 2

Di come fu terribile il risveglio, della confusione mia e di come Saverio resemi il tutto chiaro, della folla che si accalcava speranzosa di entrare nel palazzo del potere, di come fu facile farsi strada tra quelli.

 Orrenda imago ebbi al mio risveglio,
un culo sfatto sotto calze rosa
così tremendo che mi parve meglio

far come quei che ancora un po' riposa
finchè Saverio da giustizia mosso
non m'ammonì: “Deh! Vile è chi non osa”.

Io non del tutto dal torpore scosso
mal forse intesi ciò che volea dire.
“Maestro mio, io giuro che non posso

in me non regna un sì forte ardire”
ma pria che lui indignato rispondesse
mi colsi in fallo, ei sol volea partire.

Attorno vidi genti sì malmesse
che ingrato par descriver con parole
che poche lingua nostra ne ha concesse.

Madri sguaiate con mignotta prole
d'orrido trucco il viso ricoperto
che meno un clown per recitar ne vuole.

Non il padre del biondo Filiberto
vagliato avrebbe buona mercanzia
tra quel che vidi con sommo sconcerto.

“Su questa folla fa ch'io dotto sia
ed in qual posto siam” alla mia guida
io domandai, chè un poco intimoria

quell'incalzar di inumane grida
che da un groviglio di culi e di tette
parean lanciar alla decenza sfida.

Ma per esser in numero perfette
furon tre le domande da me addotte
e basito alla terza mia ristette.

“L'esser sì buio da parere notte
è forse perchè l'illuminazione
del Sommo fugge le anime corrotte?”

“Credo che mai sì tanto e tal cialtrone
sia capitato ad alcun di vedere”
e alla terza non diè soddisfazione.

“D' ansiose genti son coteste schiere
che dall'oscuro dell'anonimia
premon fin al palazzo del potere

oltre le sbarre lungo questa via.
Qui puoi trovar gente in cerca di fama
che del poter talvolta è compagnia,

qui puoi trovar chi per la gloria ama
chi pel successo i suoi valori svende
o chi nell’ombra tesse la sua trama

perché propizia un' occasione attende
o bacia pile per entrare in villa,
chi per un posto può far cose orrende”.

Come persona che la sete assilla
riceve in dono un fiasco di buon vino
E beve e si disseta e dopo brilla

paonazza va incurante del destino,
I’ mi trovai ebbro di scienza nuova
pronto a placar le Sfere del divino.

Molti buffon e qualche sere d'ova,
protoveline, piccoli fratelli
neosgarbi e sgorbi, servi sciocchi in prova

politicanti astuti o mira belli,
neo rivoluzionari da salotto
di quelli che minacciano macelli

da porta a porta attaccano il G8
E Lascian altri in strada a pigliar botte.
Neo mercenari, qualche poliziotto

che cerca gloria a suon di ossa rotte,
dei servizi segreti neo aspiranti
mafiosi e piduisti giunti a frotte.

Ah! dir quanti eran direi ch’eran tanti,
incerti se premiasse più l’attesa
o il dimostrare d’essere arroganti.

Pareami il farsi strada un’ardua impresa
finchè il giudice mio fe' per andare
e quei questuanti vidi con sorpresa

scostarsi come fa l’acqua del mare
se passa un ebreo quando l’egizio
l’insegue per pregarlo di tornare

o Come quando ebbe il primo indizio
d’esser stato dalla moglie gabbato
avendo architettato a lei il supplizio

d’avvelenarla ma fu lui purgato
e per l’odore il vuoto tra la folla
il Conte di Culagna avea creato

bevendo il lassativo dell’ampolla
con il sol risultato conseguente
di lasciar scia odorosa e molla.

Così facile fu tra quella gente
aprirsi un varco perché la giustizia
È l’unico timore del potente.

 

postato da: tersite31 alle ore 18:35 | Link | commenti (3)
categoria:profana tragedia
sabato, dicembre 16, 2006

La Profana tragedia

Canto 1

Di come fui distolto da impuri pensieri e guidato in un viaggio nelle stanze del potere per cercare di arrestare il rotear delle sacre sfere di Giove...

Nel mezzo delli sogni miei più belli,
quand’ero nella selva oscura immerso
m’apparve la figura di Borrelli

che volle farmi creder d’aver perso
la retta via, della ragione il lume
E qual fosse mostrommi il giusto verso.

L’arringa, come fosse in piena un fiume
Mi dedicò sul mal della lussuria,
su quale fosse, in vero, il buon costume.

E il come viver senza quell’ingiuria
che macchia chi s’accoppia colla Lonza
svelommi con un impeto da furia.

“Saverio, non so dir quanto fu stronza”
Diss’io “la mossa tua d’entrar nel sogno
mentr’ero con la Monaca di Monza

lì lì per soddisfar il mio bisogno
di discettar con lei di vocazione”.
“D’aver il tuo consenso non agogno”

rispose “ma quest’alta mia missione
cui per l’età non senz’affanno adempio
la volle il sacro sposo di Giunone

poiché qui in terra ormai molti fan scempio
del sacro e financo del profano”.
“M’è oscuro cosa voglia da quest’empio

che ignora cosa sia un puritano
che ama il sesso fatto in compagnia
e pure quello fatto con la mano”.

Così risposi senza cortesia
Chè ancora nelle stanze di Gertrude
Vagar facevo la mia fantasia.

Con tono grave “Stolto è chi s’illude”
mi disse lui “di poter tanto ardire
da esser nel suo dir sì grezzo e rude

senza incappar nelle tremende ire
di cui si sa esser capace Giove
quando le palle sue fan toste spire”.

E non volendo aver siffatte prove
(che già scoprì come Cipputi, Ulisse,
a che serve un ombrello se non piove)

io tutto ciò che il giudice mi disse
Alfin con chiappe strette, lo ascoltai
perchè la mia arroganza non punisse.

“Tu forse la cagion ancor non sai
che mi vuol qui inatteso e sì repente
come già fui nel dì in cui mandai


l'avviso al nano mentre sorridente
sotto il vesuvio lieto intratteneva
gli amici suoi alla “fiera del Potente”.

E come il timorato alfin solleva
dopo esser certo del terror incusso
così il maestro a me si rivolgeva

e m'informò su ciò che fu discusso
sul monte in cui dimorano le Sfere
al Sommo Sacre e quale sia l'influsso

di ciò che l'uomo fa senza temere
quanto sia periglioso il giramento
che induce in esse sete di potere.

“Del sacro rotear pauroso aumento
registrasi all'Olimpo d'ora in ora
che sì temibil generossi un vento,

da nomar brezza la triestina Bora,
e se l'accelerare non s'arresta
or la genìa di Dei vien spinta fora.

Sozzone, quindi la tua penna presta
ad un satireggiare che sia saggio
più che dal pene mosso dalla testa

e seguimi pertanto in questo viaggio
fin nelle oscure stanze del Palazzo
che per attraversar ci vuol coraggio

senza rischiar d'uscirne sporco o pazzo;
poiché vuolsi colà dove si puote
ciò che si vuole, più non dir un un cazzo”.

Ancor pensando alle rotanti rote
convinto agii come era uso Dante
e svenni come chi troppo si scuote.

postato da: tersite31 alle ore 13:51 | Link | commenti (3)
categoria:immoralismi, profana tragedia

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